L’attore, l’artista, il musicista, il danzatore, il tecnico.


Cosa accomuna questi caratteri, queste tempre di esseri umani, maschi o femmine che siano?1

la passione e l’afflato con chi modellerà i loro corpi flessuosi, le voci, le conoscenze specifiche, esse allenate in combinazioni forse impossibili e invece rese poi, con sempre maggior perizia e slancio artistico.

La passione e la consapevolezza di doversi barcamenare tra mille contratti, mille rischi, truffe, incompetenza e ruffianeria varie nel corso della carriera che, specialmente per i danzatori, si arresta precocemente causa usura.

La passione e la certezza che solo dando il massimo di sé arriverà l’applauso a coronamento dei propri sforzi e talvolta, sarà freddo, meccanico, solo educato, o assente.

La passione e la consapevolezza che il corpo, la voce, gli eventi della vita avranno un impatto profondo ma che quelle poche ore in quell’universo apparentemente avulso da ogni grazia e disgrazia del mondo saranno un oasi di forza, di mutua crescita, di spinta a ricercarsi, di prove, di tentativi, di aspirazioni rese forma e gesti e passi di danza, parole pesate, illusioni timbriche e visuali.

Certo, liberarsi delle figure romantiche, o consolidatesi nel frusto immaginario di uno spettatore occasionale, del mattatore, dell’istrione, del Primattore o della Primadonna e reputarle il solo teatro possibile è difficile e spesso ci si ricade, seppur l’auto-consapevolezza, il lavoro di squadra e l’occhio esterno aiutino a temperare certe scivolate, permettendo ad una forma teatrale più moderna, diversamente elaborata, di farsi spazio.

Non parliamo di lotta stilistica contro il passato con le sue punte di eccellenza ma di mutata sensibilità come esseri umani tutti, a causa delle trasformazioni tecnologiche e sociali, e dell’accesso a quantità enormi di dati in guisa di apparenti «informazioni».

Esse informazioni, suasivamente disposte con ammiccamenti vari, con dizione consona e paludata spesso ma lontana dai fatti nudi e crudi, in ossequio ad una visione del mondo altamente favorevole a non scuotere né coscienze, né far sgorgare ragionamenti.

Da ciò il nostro voler deviare da quanto viene traghettato come «Teatro» e come tale sottoprodotto di una TV ubiqua, o solo perché si è in posizione sopraelevata, o perché si disponga di impianti di amplificazione o comunicazione unidirezionale tali da ammutolire i presenti, apparenti pigolanti in mezzo alla massa, nel buio.

Certo i numeri ed i costi di uno spettacolo teatrale, di danza, musicale, ormai tagliano le gambe ad ogni velleità ma nessuno intende far partire una guerra.

Come potrebbe, una scarpetta di danzatrice, una nota dileggiante, o una battuta volutamente melliflua, colpire il consolidato?

Quanto fragile sarebbe un invisibile nemico di un teatro non osservante, non prono, non compiacente, estraneo ai salotti televisivi, alla comunicazione a tutti i costi, se detto agire nello spazio teatrale ne mettesse in discussione la vacuità della quotidiana narrazione ossequiosa, col cantico adorante dei sodali, l’elegia lacrimosa a chi ne è stato stritolato, officiata dai corifei adoranti, essi sempre ben posizionati?

Quindi, non intendiamo porre ostacoli o censure ai temi che trattiamo e tratteremo. Lo faremo da teatranti, coi mezzi tecnici disponibili e le soluzioni calibrate e studiate, le voci allenate e capaci di disporre parole come su una partitura invisibile, capaci di trascinare chi precipita nel racconto e si affida, trasportato dal lirismo intrinseco delle parole, talvolta fuori dall’ordinario vocabolario e dal pratico lessico.

In questo noi promotori saremmo soli senza chi è capace di tradurre coi codici secolari e gergali specifici quanto un occhio esterno preme per dire con chi, vuoi su un costume ricco o straccione, su un dettaglio invisibile ai più, vuoi tramite i suoni composti o volutamente sgraziati, un colore, un arredo, o una intera scenografia, scrive e riscrive gesti antichi, vecchi di migliaia di anni, carichi di antichi mestieri ma mai eccedenti, razionali, essenziali e artistici, al contempo.

Non siamo per un teatro escludente la parola ma neanche il movimento anzi, riteniamo che i segnali di una povertà semantica, vadano affrontati insieme ad altre istanze, affinché la consapevolezza dei concetti, delle tessiture logiche, dei significanti, dei tempi verbali, venga mantenuta al massimo possibile e preferiamo uscire dal simbolico, dal non detto, dall’accennato, così conveniente quando si devono addomesticare le passioni ma anche spazio ai gesti, ai passi di danza, al corpo come macchina creativa col suo lessico unico e personale, anche laddove i movimenti condensino interi paragrafi, in una fulminante percezione visuale.

Sarà un compito gravoso e non facilmente reso in scena che cercheremo di espletare al meglio delle nostre capacità, con ciò cercando i famosi attori, i musicisti, i coreuti, i danzatori, i tecnici e tutti gli altri collaboratori, tra coloro che aderiscono a questo nostro foglio di carta strappata da una tovaglia d’osteria (manifesto sarebbe offensivo), con poche idee sopra ma da vivere in continuità e dialogo ideale con chi ci ha preceduti nei polverosi teatri, giorno e notte, per passione.

1 (non usiamo l’orrida schwa per ragioni razionali e linguistiche, ottimamente spiegate da questo link): https://assobyzantion.wixsite.com/assobyzantion/post/origine-del-maschile-femminile-nell-indoeuropeo-antico-perch%C3%A8-%C3%A8-errato-usare-asterischi-e-schwa?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTAAAR0505AcCxPX47KQLmLDPURKWCmLMtGqSM0pM7l5gjD5n3jVU8tNDyGFcZo_aem_AU0aYXUtEDazQmtKELNvkELnyL-8vXcaBer98brQnEhtmVxSjNs-mQzaZDUzoUoo1-GHmq8Of1oyhZXnIh4CFY0w